L’ecosistema delle startup, secondo le rilevazioni di Atomico, rilevante struttura britannica di Venture Capital che opera nel segmento delle startup tecnologiche, ha visto per il 2023 una riduzione degli investimenti in questa tipologia di imprese a 43 miliardi di dollari, contro un valore doppio registrato per il 2022 ed addirittura di 100 miliardi rilevati per il 2021[1]. Cosa significa? Che le startup sono in fase di declino? Siamo in presenza di un “ritorno” alla cosiddetta “old economy”?
Tutt’altro.
Il “mondo” di queste nuovi soggetti imprenditoriali, solitamente definito, come si diceva, come “l’ecosistema delle startup”, è stato oggetto, e nel breve volgere di pochi anni, di una significativa espansione nei numeri – in termini di aziende e di investitori – e nella diffusione a tutti i livelli, soprattutto se si considera il decennio 2010-2020. Una evoluzione di contesto alla quale, tuttavia, non corrisponde un’adeguata sistematizzazione dei concetti che caratterizzano questo sistema di imprese; anche se abbondano articoli di economisti ed esperti di impresa ed in particolare di marketing, di operatori nel campo del venture capital, di blog. E sono sempre più numerosi corsi di formazione e master, impegnati nel raccontare come si costituisce una startup, come si fa un business plan, qual è il valore di una startup, come di ci si presenta agli investitori, come si fa un pitch, quali sono gli attori della finanza per le startup. Ma non moltissimo su come si fa a creare una startup di successo. Un contesto che ha fatto maturare l’esigenza di “fare un punto” sulla struttura di questo mercato, sui suoi strumenti, sui principali “attori” (gli stakeholders), sulla sua evoluzione, ma soprattutto sulla esistenza, o meno, di regole di funzionamento per la progettazione e la gestione di una “startup di successo”. Una sistematizzazione di concetti che, in genere, di traduce nella messa a punto di elaborati editoriali sotto forma di manuale, che con le diverse edizioni consentono di mantenere i contenuti in oggetto il più possibile aggiornati. Un’attività, inoltre, ancora più necessaria in un momento nel quale, da un lato, l’economia sembra assegnare a questo “segmento di mercato” (quello delle startup e dell’innovazione) un ruolo sempre più rilevante per fornire ai mercati sempre maggiori “stimoli” (in termini di innovazione, di investimenti, di consumi), mentre dall’altro il gli operatori della finanza hanno ben chiaro che solo dal mondo delle startup possono generarsi importanti opportunità di marginalità e di valore in termini di investimenti finanziari; e, da un altro e più delicato aspetto, sono numerosi gli insuccessi o la mancata soddisfazione delle aspettative in termini di investimento da parte sia dei team di startup che di investitori sia professionali/istituzionali che individuali (coloro che, ad esempio, hanno acquistato quote di startup attraverso campagne di sottoscrizione organizzate in modalità equity crowdfunding). Un motivo, quest’ultimo, sicuramente alla base della richiamata flessione degli investimenti nel mondo delle startup, anche accompagnato da modifiche significative nel mondo finanziario con l’innalzamento dei tassi di remunerazione dei titoli pubblici, che potrebbero aver generato un effetto “crowdig out” verso questo tipo di investimenti.
È, inoltre, utile sottolineare come il mondo dell’innovazione, e quello delle startup (ovvero di nuove aziende avviate per dire qualcosa di nuovo, sensazionale, innovativo) rappresenti, e già da qualche anno, un ulteriore modo per definire l’attrattività di uno stato, o di un’area. Il modello “Silicon Valley”, partito tanti anni fa, continua ad incuriosire così come a spingere università, investitori, imprenditori, professionisti e decisori pubblici a ricreare le condizioni ideali per far nascere e dunque attrarre le startup, ed in un ampio spettro di settori / mercati. Così come è utile sottolineare con quale orgoglio diversi civil servants, ma anche editorialisti, con uno spazio pubblico a disposizione per esporre le proprie idee – le pagine di un giornale, un telegiornale, una trasmissione di approfondimento su temi economici – mostrano classifiche di innovazione mettendo a confronto città e regioni: “… la nostra regione è seconda per numero di startup innovative esistenti e la prima per dinamica …”.
Un complesso di elementi, quelli sinteticamente ora elencati, che contribuiscono alla necessità di un momento di riflessione, e di sistematizzazione per, dunque, tentare di cogliere le possibili “leggi” (se ne esisotno) che caratterizzano questo “mercato”. “Leggi” aventi come oggetto, a titolo esemplificativo i seguenti topics:
- come strutturare al meglio un’idea di business dai contenuti innovativi per valutarne le potenzialità e le condizioni di successo il più possibile in maniera anticipata rispetto all’eventuale ingresso sul mercato,
- quali sono gli ingredienti irrinunciabili per una “ricetta di successo”,
- quali sono le “fasi di vita” di un progetto di business,
- quali sono le corrispondenti risorse finanziarie attivabili
Un’attività di sistematizzazione, inoltre, incentrata su quali sono le fasi – e la relativa strumentazione – da prendere in esame, e dunque da analizzare e sviluppare con adeguati attenzione ed impegno, per condurre una iniziativa di business potenzialmente “vincente” (perché c’è l’innovazione, perché c’è un mercato, perché c’è una problematica da risolvere, perché c’è un pubblico “disposto a pagare” per utilizzarlo, perché la redditività potenziale è molto soddisfacente) all’effettivo successo della stessa in termini di consenso da parte del mercato e, prima ancora, da parte di chi è disponibile a dare un adeguato contributo in termini di risorse finanziarie. E particolare attenzione va data alle cosiddette “metriche” da prendere in esame per valutare in modo appropriato le potenzialità di successo di una nuova iniziativa imprenditoriale, soprattutto quelle che operano nel campo del cosiddetto digital.
1. Una questione semantica: cosa intendiamo per startup
Il sostantivo “startup”, e da tempo, è entrato nel linguaggio corrente certamente dei media ma anche sociale. “Ho fatto una startup” si sente sempre più spesso dire, e non sempre questa dichiarazione è da definire come “corretta”, se non altro per comprendere il livello di innovatività connessa a tale intento imprenditoriale. Definire cosa sia una startup, e cosa ragionevolmente non può essere identificata come tale, non è, infatti, cosa di semplice argomentazione, ma è di grande rilevanza. Le aziende, e l’economia, vivono di innovazione[2] (di prodotto e/o di processo, per esempio), e le startup sono il modo forse sintetico e poco rigoroso per descrivere, con un solo vocabolo, chi vuole diventare imprenditore ed intende farlo con qualcosa di innovativo. Ma un aiuto in tal senso ce lo ha dato lo stato italiano, che ha disciplinato le cosiddette startup innovative[3], indicando con questa definizione nuove imprese impegnate nella organizzazione nella gestione di un progetto di impresa caratterizzato da innovatività (società che … ha, quale oggetto sociale esclusivo o prevalente, lo sviluppo, la produzione e la commercializzazione di prodotti o servizi innovativi ad alto valore tecnologico …). Una normativa che, oltre a rendere disponibile alcuni vantaggi di tipo amministrativo e fiscale (ad esempio per chi investe in startup acquisendone quote del capitale sociale), ha disposto la costituzione di un “elenco speciale” nel quale iscrivere per un numero limitato di anni – attraverso criteri di una certa “rigorosità” – le imprese caratterizzabili come startup innovative, gestito dal Registro delle Imprese attraverso il sistema delle Camere di commercio.
In tale contesto si segnala, a livello dell’Unione Europea, lo “Startup Nations Standard”[4], una sorta di protocollo, nato tra i diversi stati membri, per favorire lo sviluppo di quel che abbiamo già individuato come ecosistema delle startup. In particolare, in questo breve documento si legge: “(…) A tal fine, la Commissione europea insieme agli Stati membri e le parti interessate in un processo aperto e inclusivo hanno individuato alcune delle migliori pratiche che costituiscono i tratti distintivi di un ambiente favorevole alla crescita. Un tale ambiente è fondamentale per la transizione dell’UE verso un’economia sostenibile, resiliente, aperta e digitale, e liberare l’enorme potenziale di innovazione e crescita delle sue startup (…)”.
Dunque, una startup (una startup innovativa, più corretto), se si intende seguire il dettato legislativo (evidentemente per ottenere determinati vantaggi, non disponibili per chi, ad esempio, avvia un’attività non innovativa), e se si intende godere di tale riconoscimento istituzionale, occorre che sia e venga percepita come innovativa, ovvero che venga considerata come un soggetto giuridico di recente costituzione (qui il requisito della “novità”) che si configuri, attraverso un complesso di parametri, più avanti trattati con maggiore dettaglio, come innovativo. Ma se è chiaro il requisito della novità, cosa si può intendere per innovativo? Possibile che ogni startup innovativa debba mettere a punto qualcosa frutto di una invenzione, magari brevettata? Evidentemente no. Ma, allora, come si fa ad essere riconosciuti come “innovativi”? Una domanda alla quale, ovviamente, non è stata data risposta di tipo “legislativo” (perché è evidente che sarebbe stata eccessivamente limitativa, e dunque “escludente”). Ma qualche “indizio” su cosa debba essere considerato come “innovativo” è rintracciabile nella normativa della principale legge nazionale per lo sviluppo delle startup innovative (nota come Smart & Start Italia, gestita dell’Agenzia nazionale per l’innovazione l’internazionalizzazione Invitalia). Si legge, infatti, nella presentazione dello strumento Smart & Start Italia sulla pagina web istituzionale di questa agenzia che, per essere agevolato, un progetto di investimento presentato da una startup innovativa, o da un team che in caso di attribuzione delle agevolazioni richieste si costituirà come startup innovativa, deve:
- avere un significativo contenuto tecnologico e innovativo
- essere orientato allo sviluppo di prodotti, servizi o soluzioni nel campo dell’economia digitale, dell’intelligenza artificiale, della blockchain e dell’internet of things
- essere finalizzato alla valorizzazione economica dei risultati della ricerca pubblica e privata.
Ecco, dunque, alcune parole chiave per definire (almeno per essere potenzialmente candidabili ai contributi previsti da questo strumento) l’attività di una startup innovativa e, in modo strettamente collegato, come, sempre sul piano legislativo, cosa si intende per innovazione:
- tecnologia
- innovazione
- economia digitale nelle sue “derivazioni” intelligenza artificiale, blockchain, internet of things, ricerca
- valorizzazione dei risultati della ricerca sia pubblica che privata.
Parole, o, meglio, concetti, cui aggiungere i recenti trend della tecnologia, e del mondo internet o digital, quali realtà aumentata, intelligenza artificiale, ma anche tutte le aree di mercato che prevedono una forte presenza della rete web legati quali, ad esempio, il foodtech, l’insurtech, il medtech e via discorrendo. Un complesso di concetti non sempre semplicissimo da interpretare, attraverso i quali è più semplice dire cosa non è innovativo, rispetto a definire cosa è innovativo. Ma la domanda che ci stiamo ora ponendo (ovvero: cosa è innovativo?) è, sì, assai rilevante, ma la si deve porre insieme alla necessità di comprendere come, una volta definito un percorso aziendale come innovativo – che può essere proposto anche da una figura giuridica introdotta da qualche anno, le PMI Innovative -, il progetto di impresa così identificato ed avviato può conquistare il favore degli investitori (con adeguata generazione di utili e di “creazione di valore”), e dei consumatori, ed in modo duraturo, ed è questo il tema “di fondo” che sta alla base di queste pagine. Insomma, non basta che un progetto arrivi a tanti utenti, e che se ne giovino in continuazione:
- deve generare un ingente valore dei ricavi
- deve produrre una elevata redditività espressa sia in valore che in percentuale
- deve essere attraente per gli investitori (in termini di profitti generati e di valore dell’exit)
- deve prevedere ulteriori livelli di crescita ed evoluzione.
* * *
Può giovare, allo scopo di stabilire con chiarezza un “perimetro del ragionamento” in tema startup, fare qualche riflessione su altri “vocaboli” che la prassi aziendalistica utilizza in relazione con una nuova iniziativa d’impresa. Un termine che potrebbe essere utilizzato per definire una nuova impresa è newco, letteralmente nuova società, che tuttavia viene utilizzato in specifici contesti operativi che riguardano aziende già operative, magari per far nascere un nuovo soggetto frutto di accordi tra diverse aziende partner e per realizzare uno specifico progetto. Oppure per definire una nuova strategia societaria assegnando a questo nuovo soggetto giuridico il ruolo di governance e/o di controllo all’interno di un gruppo. Per concludere questa breve puntualizzazione, la startup è certamente una newco; una newco, invece, può non essere una startup, ovvero una nuova impresa con le caratteristiche che abbiamo iniziato ad elencare e chiarire.
Un altro termine nel gergo aziendalistico che può essere accostato al concetto di startup è spin-off (o semplicemente spinoff, o spinout tecnologico), che nella prassi sta ad indicare un nuovo soggetto imprenditoriale costituito per svolgere una specifica attività, in genere in campo tecnologico. Utile a tale proposito la definizione data da New Space Economy[5] a questa tipologia di soggetto imprenditoriale, ovvero: “(…) uno spinout tecnologico, noto anche come spinoff, è un processo attraverso il quale i risultati della tecnologia, della proprietà intellettuale o della ricerca e sviluppo (R&S) che sono stati sviluppati all’interno di un’organizzazione esistente, come un’università, un istituto di ricerca o una società più grande, sono commercializzati. Sebbene gli spin-out spesso comportino la creazione di una nuova società per commercializzare la tecnologia, ciò non è sempre necessario. In alcuni casi, la tecnologia può essere concessa in licenza a un’azienda esistente, che poi si concentra sulla trasformazione della tecnologia in un prodotto o servizio commerciabile (…)”. Una definizione quanto mai precisa ed esaustiva per introdurre brevemente il concetto di spin-off universitario, ovvero società nate “sotto l’egida” di un polo universitario per, appunto, consentire la realizzazione di un progetto imprenditoriale su qualcosa di tecnologicamente avanzato nato dalla collaborazione tra docenti, ricercatori e studenti universitari per poi essere sfruttato commercialmente non prima di aver impiegato del tempo per completarne la fase di ricerca e di “sviluppo sperimentale”, appunto svolte all’interno di questo nuovo soggetto giuridico. In Italia sono diversi i casi di eccellenza in questo ambito, che conta, come si legge nel 18° rapporto confezionato nel 2023 da Netval – Network per la Valorizzazione della Ricerca, 1.930 realtà[6] (dato aggiornato a tutto il 2021).
Gli elementi di contatto tra spinoff universitari e startup, a leggere queste semplici indicazioni, sono molti, come pure è evidente la “rigidità” degli spinoff universitari: sono regolamentati, si occupano di trasferimento tecnologico, possono dar luogo anche a scaleup; ma lo “spirito” della startup, o della startup innovativa, è comprensibilmente diverso (è ad esempio arduo pensare ad un marketplace digital innovativo per business model e per categoria merceologica come ad un fenomeno da archiviare come “avanzamento tecnologico”, ma è assolutamente pertinente definire la società che lo promuove come startup, anche innovativa nell’accezione “nazionale”). E per mettere un primo “punto” sulla definizione di startup, perché e di esse che ci occupiamo e per, dunque, proseguire nel percorso metodologico pensato con questo volume, giova considerare le parole trovate su Forbes.com nella sezione Forbes advisor[7], che possiamo suddividere nei seguenti due punti:
- le startup sono aziende che vogliono rivoluzionare l’industria e cambiare il mondo, e farlo su larga scala. I fondatori di startup sognano di dare alla società qualcosa di cui ha bisogno ma che non ha ancora creato, generando valutazioni strabilianti che portino a un’offerta pubblica iniziale (IPO) e a un ritorno sull’investimento astronomico
- le startup sono giovani aziende fondate per sviluppare un prodotto o servizio unico, portarlo sul mercato e renderlo irresistibile e insostituibile per i clienti.
2. L’importanza del “prodotto unico”
La seconda delle definizioni di startup diffuse da Forbes.com e prese in considerazione alla conclusione del precedente paragrafo, è importante riproporla, ci dice che si tratta di giovani aziende fondate per sviluppare un prodotto o servizio unico, portarlo sul mercato e renderlo irresistibile e insostituibile per i clienti. “Prodotto” o “servizio unico”. Una considerazione (statement per dirla con gli anglosassoni) assai importante, giustificata dalla lettura delle principali storie di successo in questo specifico ambito dell’imprenditoria. Se, infatti, se ne prendono in esame qualcuna, emerge con chiarezza una caratteristica che accomuna queste startup: sono tutte concentrate su di un solo prodotto / servizio, in particolare nel caso, in stragrande maggioranza nel “club” delle scale-up, delle startup che offrono un servizio, quasi esclusivamente utilizzabile attraverso la rete internet, dunque da categorizzare come digital. Facebook nasce per offrire agli utenti una struttura web sotto forma di social, come evoluzione delle chat. Whatsapp, prima di essere acquisita da Facebook, poi diventata Meta, si occupava di dare uno strumento rapido, efficace ed efficiente per connettere le persone attraverso gli smartphone (e poi anche attraverso i computer) come alternativa assai strutturata (e gratuita) agli Sms (e superando di molto quanto fino allora aveva fatto Skype). Netscape, progetto poi arenato perché caratterizzato da una buona dose di “conflitti” con i diritti di proprietà nel mondo della musica, nasce per offrire musica gratuita ai suoi utenti. Youtube, poi acquisita da Google, nasce come strumento, libero e gratuito, di condivisione video attraverso la rete. Paypal viene creata per effettuare pagamenti attraverso la rete, e potremmo continuare per parecchio citando esempi eccellenti di startup di successo, o comunque tutte assai note, oramai da uso quotidiano, tutte caratterizzate dalla offerta di un solo prodotto (nei casi considerati parliamo di servizi, tutti in campo digital e dunque tutti utilizzabili attraverso la rete internet). Un tratto molto rilevante sul piano sia economico che sociologico: la startup nasce per “fare quella cosa specifica, offrire quel servizio”; laddove un’azienda che nasce e che non è configurabile come startup viene costituita per fare una serie di cose in un determinato settore (realizzare automobili, produrre pane o dolci, vendere prodotti dietetici …). Ed i mercati, così come la cosiddetta utenza, sembrano gradire le realtà “monoprodotto”, che con il solo nome identificano, oltre che un prodotto/servizio specifico, un mercato, una strategia, un business model, ed una strada per il successo e la redditività. Realtà semplici da identificare e confrontare, così come da utilizzare o comprarne le quote.
E le motivazioni che spingono, o meglio, consigliano i promotori di startup a concentrarsi su di un singolo prodotto o servizio, ovviamente innovativo, con l’intento non troppo dissimulato di raggiungere lo status di disruptive e scale-up, possono essere così sintetizzate, prendendo a prestito le parole trovate sul sito di un importante operatore nel campo del venture capital, quanto mai chiare, semplici, comprensibili e giustificabili (ed utili anche per comprendere quali possono essere i difetti di una simile strategia). La domanda è: “perché alle startup conviene effettuare la scelta di concentrarsi su di un solo prodotto / servizio?”. E le risposte – scritte in modo molto friendly e dunque non caratterizzate da un elevato livello di scientificità – sono[8]:
- in primo luogo, ti consente di concentrare tutte le tue energie nel rendere quel prodotto il migliore possibile. Puoi dedicare tutto il tuo tempo e i tuoi sforzi per renderlo il migliore possibile, senza doverti preoccupare di altri prodotti (in sintesi: concentrazione)
- in secondo luogo, ti consente di acquisire una vera esperienza in quell’area. Se provi a “coprire troppe basi”, non diventerai mai un esperto in nulla. Ma se ti concentri su di un prodotto, puoi diventare la persona di riferimento per quella particolare “cosa”. Sarai conosciuto come l’esperto e le persone verranno da te per consigli e indicazioni (in sintesi: specializzazione)
- in terzo luogo, rende più semplice commercializzare il tuo prodotto. Se stai cercando di promuovere più prodotti, i clienti possono creare confusione e potrebbero non sapere da dove cominciare. Ma se stai promuovendo solo un prodotto, è molto più facile trasmettere il tuo messaggio e indirizzare i tuoi sforzi di marketing in modo efficace (in sintesi: maggiore commerciabilità)
- in quarto luogo, può farti risparmiare denaro. Sviluppare più prodotti può essere costoso, quindi concentrandoti solo su uno puoi contenere i costi (in sintesi: minori sprechi di risorse)
- in quinto ed ultimo luogo, può renderti più agile e reattivo al cambiamento. Se stai cercando di destreggiarti tra troppi prodotti, può essere difficile cambiare rapidamente direzione quando le cose non funzionano. Ma se hai un solo prodotto su cui concentrarti, è molto più facile apportare modifiche e adattarti secondo necessità (in sintesi: maggiore flessibilità).
Suggerimenti che, infine, possono tradursi in parole ancora più semplici e dunque operative:
- avrai più successo se ti concentri su una cosa alla volta
- sarai in grado di muoverti più velocemente
- potrai raccogliere fondi più facilmente
- sarai in grado di costruire un prodotto migliore
- potrai acquisire utenti più facilmente (soprattutto attraverso una elevata focalizzazione sui bisogni della propria utenza / clientela e su di una maggiore riconoscibilità del brand).
3. Avanzamento tecnologico, information technology, innovazione: sovrapposizioni quasi perfette
Per inquadrare ancora meglio le caratteristiche delle startup e del suo ecosistema, è opportuno spendere per esso qualche altra parola introduttiva ritornando sul concetto di innovazione. Ma prima di azzardarne una definizione – compito non semplice, per chiunque lo tratti – è il caso di mettere insieme le parole presenti nel titolo di questo paragrafo. Se è vero che al momento è difficile pensare a qualcosa di innovativo che non preveda avanzamento tecnologico e sicuramente l’information technology (l’IT, ma anche la parola digitalizzazione può andare bene), non è detto che un prodotto caratterizzato da avanzamento tecnologico, e sicuramente anche da un elevato uso della digitalizzazione, può candidarsi ad essere considerato come innovativo. Senza andare a scandagliare prodotti o servizi per testarne la loro condizione di innovatività – anche se si tratta di esercizio assai utile -, ed agganciandosi a quanto detto nel precedente paragrafo, comprendere cosa è innovativo e cosa non lo è riveste un ruolo essenziale, se chi avvia una startup lo fa perché vuole realizzare e commercializzare qualcosa di innovativo (anche perché gli investitori sono molto impegnati nella ricerca di assets patrimoniali – azioni o quote societarie – innovativi e potenzialmente molto remunerativi). E solo se ci si concentra su questo aspetto, perché si ha voglia di innovare, per le motivazioni già esposte, è possibile fare un passo avanti nelle direzioni necessarie per lo sviluppo di una startup: dire effettivamente qualcosa di nuovo, incontrare il favore dei consumatori, trovare disponibilità a pagare per utilizzare questa innovazione da parte degli utenti engaged[9], attrarre risorse ingenti per trasformare l’innovazione provvidenzialmente elaborata in uno standard fondamentale per la vita di tutti i giorni, magari fornita in condizioni di quasi monopolio, con conseguente elevata creazione di valore, soprattutto per i suoi azionisti.
Ma le tre parole, i tre concetti sommariamente analizzati (li ripetiamo: avanzamento tecnologico, information technology, innovazione) non finiscono qui il loro potere evocativo nella strada da percorrere per sviluppare un percorso imprenditoriale con qualcosa di innovativo. Le tecnologie hard, o, per semplificare, gli “oggetti fisici”, che a volte mostrano in modo plastico il loro tasso di innovazione – pensiamo ai tentativi di progettare uno smartphone incorporato nel corpo umano, oppure indossato, o quelli relativi alla realizzazione di vetture che camminano senza conducente – sono associate ad elevati livelli di complessità che crescono se a cimentarsi sono giovani realtà imprenditoriali. Un oggetto fisico richiede una struttura commerciale altrettanto fisica, se non altro per conservare i beni da commercializzare, hanno bisogno di facility per la relativa produzione, di materie prime e semilavorati, di macchine di produzione costose e difficili da utilizzare, richiedono grande perizia operativa da parte di chi realizza questi oggetti, di una adeguata rete di subfornitori (i Key partners dei quali parla Alexander Osterwalders nel suo Business Model Canvas[10]) e – ma si potrebbero considerare tanti altri fattori – di una altrettanto adeguata rete di assistenza. Un complesso di fattori che fanno risultare difficile pensare alla realizzazione di questi oggetti fisici innovativi con percorsi imprenditoriali che diventano scalabili (ovvero che registrano una crescita esponenziale nella loro diffusione senza che questo modifichi in modo sostanziale la struttura dei costi[11]) e con la produzione di ingenti margini monetari accompagnati da una elevata valutazione dei relativi diritti di proprietà (il capitale). Questo non significa che non bisogna avventurarsi in progetti innovativi che abbiano a che fare la realizzazione di oggetti fisici, anzi, bisognerebbe favorirne la realizzazione – pensiamo a quanti benefici trae la collettività dai prodotti innovativi: nella medicina, nella sicurezza, ad esempio –, solo che è opportuno pensare agli aspetti prima sinteticamente affrontati, candidando queste innovazioni ad essere realizzate e gestite da big company già ampiamente operative, oppure, come anche accade, drenando ingenti risorse dai bilanci pubblici. Oppure ancora mettendo a punto collaborazioni tra queste big company, come del resto accade, anche in scala minore ed episodica con i cosiddetti hackathon, e startup impegnate nello sviluppo di percorsi tecnologici, in particolare quelle concentrate sulla produzione di tecnologie hard.
Se, dunque, pensiamo a prodotti “immateriali”, i cosiddetti “servizi”, che prevedono nella stragrande maggioranza dei casi il ricorso all’IT (ovvero alla digitalizzazione), è più facile pensare ad un loro sviluppo ad opera di team di neoimprenditori ed innovatori, è più probabile che – rispetto a prodotti “fisici” – diventino molto diffusi e scalabili, è più probabile attendersi per essi grandi afflussi di risorse finanziarie da parte di investitori, elevati ricavi ed ancora più soddisfacenti margini. Ed è indubbio, o almeno difficilmente contestabile, che le ora elencate caratteristiche (alle quali si aggiungono attrattività di risorse finanziarie in misura ingente, generazione di elevati ricavi e di soddisfacenti profitti) è più probabile che vengano associate alla realizzazione di “prodotti immateriali”, ovvero sulla realizzazione di servizi, quasi sempre legati al mondo dell’IT e dunque del digital; “oggetti” sui quali abbondano le metriche, i big data, dunque i segnali utili per raggiungere quegli obiettivi, e soprattutto non richiedono una “catena fisica di produzione e distribuzione”, così come accade per gli oggetti fisici. E in ragione di ciò questo volume dedicherà un adeguato spazio al mondo digital, che con la “rivoluzione” del cloud – che pure pone limiti rilevanti in termini di disponibilità di “memorie fisiche” (i famosi, per qualcuno, chilometri quadrati in diverse zone desertiche di capannoni per ospitare server e memorie di massa) – e del SaaS (Software as a service, ovvero i software il cui utilizzo viene assicurato attraverso l’accesso ad internet) ha aperto la strada a numerose e molto utilizzate innovazioni. Pensiamo alla musica digitale, pensiamo ai marketplace, pensiamo ai sistemi di delivery per utilizzi personali (ristorazione, spesa), pensiamo ai sistemi di pagamento via internet, tutti “oggetti” digital che in diversi casi hanno generato valore economico – in termini di capitalizzazione di borsa – in misura decisamente superiore a quanto generato da big nel mondo degli oggetti fisici, ovvero dell’industria manifatturiera. Ed infatti, come si vedrà con maggiore dettaglio, il mondo digital è assai complesso e strutturato, nel quale, tuttavia, non appare complessissimo trovare un proprio spazio. Ed una grande mano la stanno dando le diverse “Academy”, come ad esempio quella della Apple presso il polo universitario Federico II di Napoli, impegnate proprio nel favorire la nascita di innovazioni nel mondo digital realizzando nuove e potenzialmente molto utili e diffuse app.
4. Il tasso di sopravvivenza delle startup come ulteriore “guida” per l’avvio di un nuovo progetto
Nell’ecosistema delle startup chiunque può avere in mente lo sviluppo di un’idea di business, ed innovativa, potenzialmente “grande”. Ma non è così semplice o immediato. Diverse sono le statistiche disponibili, invero poco incoraggianti, sulla debole presenza di startup, sul totale di quelle che vengono avviate, che riescono a superare i cinque anni di vita. Una condizione che non risparmia nessun mercato, nemmeno l’area “madre” di tutte le startup, la californiana Silicon Valley. Secondo il broker assicurativo Embroker di San Francisco, primario operatore in questo settore nel mondo della tecnologia e delle startup californiane, nel suo articolo web “106 Must-Know Startup Statistics for 2023” dice quanto segue[12] “(…) Cosa ti viene in mente quando senti la parola startup? Se si tratta di uno scantinato sgangherato nel cuore della Silicon Valley, non sei solo. Gran parte delle persone pensa alle startup come a un team di sole cinque persone con un filo conduttore comune: una soglia elevata per il caos, ma anche un’azienda nata cinque anni può ancora essere considerata una startup.
Una startup può aspirare a maggiori dimensioni se viene acquisita, aprendo più sedi, generando ricavi superiori a 20 milioni di dollari e/o con più di 80 dipendenti, come spiega Forbes. Questi dipendenti lavorano per imprenditori che credono che le loro idee possano salire alle stelle creando una startup. Beh, questo è il sogno, giusto? La realtà rischiosa quando si tratta di startup è che sono vulnerabili ai rischi e probabilmente più di quanto immaginiamo. Il lato positivo è che il 10% delle startup ha successo ogni anno e sa cosa serve per sopravvivere alle probabilità di fallimento (…) “. Per tenere traccia delle ultime tendenze Embroker ha compilato una propria personale statistica sulle piccole imprese e sulle startup per comprendere meglio cosa fa funzionare una startup, di seguito sintetizzate per gli aspetti qui giudicati di maggiore rilevanza:
- circa il 90% delle startup fallisce
- il 10% delle startup fallisce nel primo anno
- i tassi di fallimento delle startup, considerando le diverse “categorie merceologiche”, sembrano seguire la distribuzione dei fallimenti per le aziende “mature”
- la principale causa dei fallimenti delle startup è per il 42% l’elevata disattenzione verso le “necessità del mercato”, seguita (29% dei casi) dalla scarsità di risorse per andare avanti e, cosa da tenere in adeguata considerazione, per il 23% la causa del fallimento è l’inadeguatezza del team
- una percentuale non trascurabile (10% dei casi) delle motivazioni sta in un mix non adeguato tra dimensionamento dei prezzi, livello dei costi, non incisive/attente politiche di marketing, prodotti/servizi non chiari nella loro “usabilità”
- nel 2023, poi, l’83% dei fallimenti sono da imputare alla scarsità di risorse finanziarie derivanti dall’attività gestionale (cash flow).
E sull’aspetto fallibilità appare utile ripercorrere le parole di un importante studioso dell’ecosistema delle startup, Eric Ries, che nell’introduzione al suo “The Lean Startup” scrive: “(…) Perché le startup falliscono così gravemente ovunque guardiamo? Il primo problema è il fascino di un buon piano, di una strategia solida, e approfondite ricerche di mercato. Nelle epoche precedenti, queste cose erano indicatori di probabile successo. La tentazione schiacciante è di farlo applicando tutto questo anche alle startup, ma questo non funziona, perché le startup operano con troppa incertezza. Le startup non sanno ancora chi è il loro cliente o quale dovrebbe essere il loro prodotto. Come il mondo diventa più incerto, diventa sempre più difficile prevederlo futuro. I vecchi metodi di gestione non sono all’altezza del compito. La pianificazione e le previsioni sono accurate solo se basate su un lungo periodo storia operativa stabile e un ambiente relativamente statico. Le startup non hanno nessuno dei due (…)[13]”. Una visione forse un po’ troppo pessimistica, probabilmente perché risale ad un’epoca abbastanza lontana in un mondo in così rapida evoluzione, in quanto immagina le startup quasi come entità a sé, impegnate ad inventare qualcosa, senza sapere con esattezza cosa fare ed a chi rivolgersi. Una condizione che può definirsi come fortunatamente superata, vista l’abbondanza di strumenti – diversi trattati in questo volume – orientati ad una corretta individuazione di prodotto / servizio e relativo mercato sin dalla fase di prima progettazione.
Senza tuttavia insistere nell’analisi di queste “negatività”, appare chiaro il messaggio da sottoporre a chi avvia o intende avviare una startup oppure a chi ha pianificato di interessarsi in modo professionale dell’ecosistema delle startup: bisogna essere convinti del prodotto/servizio da introdurre, deve essere chiaro e semplice da capire e da utilizzare, bisogna avere un team idoneo, servono attente politiche di marketing. E serve un quantitativo di risorse finanziarie non sempre compatibile con le caratteristiche dei mercati nei quali si opera.
Ed il lavoro che vi state apprestando a leggere ha, in sintonia con quanto fin qui detto, l’ambizione di far luce su quello che deve essere fatto, e su quello che, invece, non va fatto, per avviare, e con successo, una startup.
5. La finanza e le startup: dalla cultura dei “fondamentali” alla cultura del “rischio puro”
La ricerca delle risorse finanziarie per la nascita e l’evoluzione delle startup, spesso in misura elevata, rappresenta uno delle componenti cruciali nell’ecosistema delle startup. Da un lato i team di queste ancora “acerbe” strutture imprenditoriali, che cercano di attrarre banche, ma soprattutto venture capitalist e business angels nel loro progetto redigendo accurati quanto “attraenti” business plan (spesso nella forma di pitch deck), dall’altro queste strutture finanziarie che sono alla ricerca di business nuovi nei quali investire le loro risorse con la speranza di sostanziose redditività e significativi exit (la fase di uscita da un progetto, sperabilmente in modo assai soddisfacente). Strutture le quali, pur nella consapevolezza dell’esistenza della “relazione rischio-rendimento” – laddove si prende in considerazione la possibilità di investire in un business caratterizzato da grande incertezza e dunque da elevata rischiosità purchè sia adeguatamente elevata la prospettiva di redditività e di acquisizione di valore -, la tentazione a “non lasciarsi coinvolgere” è assai elevata. Eppure le risorse ci sono e sono spesso impegnate in progetti caratterizzati da elevato rischio, anche se l’attuale fase “congiunturale” vede una riduzione nel cosiddetto “early stage investment” (il sostegno finanziario delle startup nelle sue prime fasi di sviluppo), che nel terzo quadrimestre 2023 (Q3 nel “gergo” business/finanziario”) a livello europeo è stato pari a 4,5 miliardi di USD, del 25% più basso rispetto a quanto registrato nell’analogo quadrimestre del 2022. E secondo Atomico[14], rilevante istituzione finanziaria nel ramo venture capital che effettua investimenti in startup “tech” a partire dai round “Serie A” (ovvero a partire da 10 milioni USD), nel 2023 ci si attende un valore di nuovi investimenti europei in startup in questo specifico, e dominante, segmento delle startup, ed a tutti i livelli di investimento (dalla fase pre-seed ai round Serie C e di dimensioni superiori), in misura di 45 miliardi USD, contro gli 82 registrati nel 2022 e addirittura i 100, in piena pandemia covid 19, rilevati per il 2021. Uno scenario “orso”, prendendo a prestito il linguaggio degli investitori in mercati borsistici, che tuttavia non deve delineare un declino (peraltro, sempre secondo l’opinione degli analisti della citata Venture Capital Atomico, non spiegabile con fattori congiunturali bensì con un diverso atteggiamento degli investitori verso investimenti di eccessiva dimensione ed anche con un rallentamento nella fase di exit); inoltre è importante rilevare come nel 2023, benchè con valori ben più bassi, come abbiamo visto, rispetto al 2021 ed anche rispetto al 2021, siamo a circa quattro volte i valori degli investimenti registrati nel 2014. Un breve “excursus” statistico per sottolineare l’importanza di questo mercato, ma anche la sua competitività e, diffidenza, da contrastare con idee di business, business model e soprattutto prospettive in termini di valore e di redditività in grado di “stimolare” in modo adeguato l’interesse di tali istituzioni. Ma, in questo contesto, occorre mettere l’accento su diversi punti che riguardano la finanza per le startup. Mentre un’azienda consolidata, oppure anche una nuova azienda purchè operi in un mercato consolidato o, almeno, “leggibile”, offre all’investitore, così come alla banca, elementi piuttosto chiari per valutarne la convenienza (come finanziamento o come investimento), ovvero dimensione ed evoluzione del mercato a livello sia globale che locale, il numero di operatori, il posizionamento di mercato, le caratteristiche “microeconomiche” delle aziende oggetto di valutazione, per le startup, in specialmodo se si ricercano risorse in fase “seed” o addirittura “pre seed”, gli elementi di valutazione in possesso da parte degli investitori/finanziatori sono decisamente più scarsi in numero ed in qualità; e più è elevato il livello di innovazione, maggiore è il grado di incertezza, parente stretta del rischio. Ed in questo contesto appare fondamentale percorrere in modo corretto ed “informato” le fasi che conducono i team di startup dalla fase di ideazione/progettazione di un’idea innovativa di business alla sua presentazione sul mercato. Un percorso da affrontare, nella consapevolezza sia dei team che di chi è chiamato ad assicurare le risorse finanziarie richieste, caratterizzato dalle diverse fasi del ciclo di vita di una startup: nelle fasi di pre-seed e seed lo sviluppo del business (la fase di “monetizzazione”) è solo sulla carta (ovvero rischio elevatissimo); se invece la startup si trova nella fase post seed, ovvero è già arrivata sul mercato, ed è riuscito a generare sia ricavi che redditività, ma non nelle dimensioni desiderate, il livello di analisi di fattibilità sarà caratterizzato da minore incertezza. Una complessità del contesto, come si vedrà in modo più analitico, che ha spinto diversi stati, tra i quali anche l’Italia, a rendere disponibili strumenti e risorse per mitigare questi rischi, da un lato, e per incentivare gli investimenti in startup; una necessità sempre più sentita in considerazione dell’ancora “fragile” ecosistema delle startup italiano, se confrontato con diverse aree sia UE che extra UE, per rimanere in Europa. Secondo Intesa Sanpaolo Innovation Center nel 2022 in Italia sono stati registrati investimenti in startup per 2,2 miliardi di euro (dunque un valore prossimo a 2,4 mld USD), contro gli oltre 80 miliardi USD rilevati a livello europeo. Una incidenza del dato nazionale rispetto a quello europeo che, in definitiva, risulta ben al di sotto del suo “potenziale” se non altro prendendo come metro di riferimento il peso in termini di residenti. In definitiva, quali che siano le motivazioni di questo “ritardo”, è evidente che occorrono sforzi ingenti a tutti i livelli (startup, istituzioni, banche, investitori, consulenti, mercati) affinchè si proceda verso la riduzione di questo divario.
[1] Atomico, State of European Tech 23, stateofeuropeantech.com
[2] Sul punto, ovvero sulla necessità “vitale” di innovazione giova leggere, e con la dovuta attenzione, uno dei capisaldi della “letteratura delle startup”, Da zero ad Uno, di Peter Theil, ed. Rizzoli Etas, l’inventore di PayPal
[3] Art. 25 del Decreto-legge 179/2012
[4] European Union, Startup Nation Standards, Declaration on the EU Startup Nations Statndard of Excellence
[5] Sito web: newspaceeconomy.ca
[6] XVIII Rapporto Netval, Piovono idee per la rinascita, 2023
[7] Rebecca Baldridge, What Is A Startup? The Ultimate Guide, Forbes.com, 16 ottobre 2022
[8] “The Benefits of Focusing on a Single Product as a Startup”, Fastercapital.com 22 ottobre 2023
[9] Engagement: un concetto assai rilevante sempre più utilizzato per descrivere l’attività di acquisire un utente per poi convertirloin un cliente
[10] Alexander Osterwalder, Yves Pigneur, Creare modelli di business, 2019 Edizioni LSWR
[11] Si richiama qui il rilevante concetto microeconomico delle “economie di scala”, ovvero la condizione di elevata efficienza nell’utilizzo dei costi fissi (il costo del lavoro dipendete, il costo dei macchinari in termini di ammortamenti o canoni leasing, le spese generali, o costi overhead) che comporta un andamento decrescente del loro valore per ciascun output di prodotto in funzione dell’aumento nella numerosità di detti output
[12] Embroker, “106 Must-Know Startup Statistics for 2023”, in www.embroker.com/blog/startup-statistics/, Agosto 2023
[13] Eric Ries, The Lean Startup, Crown Business New York 2011
[14] Atomico, State of European Tech23”
Articolo di Luigi Nardullo, riproduzione riservata
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